Web Report

Partiamo dalla premessa. Ieri ho “vissuto” il feed dei commenti e delle critiche sulla puntata di Report “Il prodotto sei tu” senza però averla vista “a caldo”.

Ero a fare altro (purtroppo ero a vedere la mia Fiorentina perdere, ma è altro discorso…), ma la cosa era di estremo interesse i cui di discussione erano ben chiari anche per chi seguiva la diretta, magari su Twitter, da terzo incomodo. Quel che immaginavo ieri sera, vedendo oggi “a freddo” la puntata incriminata, si è puntualmente avverato. Faccio una seconda premessa, vivo a cavallo tra i due mondi rimanendo probabilmente poco simpatico ad entrambi 😉

Per chi non mi conoscesse – a seconda di chi mi introduce – vengo definito sia un “giornalista con passione per il web” che un “nerd con la passione del giornalismo“: beh, sono parzialmente false (o vere?) entrambe. Diciamola tutta. Non sono una grande firma del giornalismo, ne’ un guru (si dice così ancora?) della rete. Probabilmente sono uno dei figli dell’attuale generazione che vive nel (e del) mondo della comunicazione cercando di integrare la multimedialità della stessa. Ho lavorato e lavoro per la tv, conosco e vivo il mondo della radio, so come funziona una redazione tradizionale e sto in rete fin dai primi vagiti del web in … il web inteso assieme ai suoi rapporti sociali partiti con usenet ed arrivati oggi alla loro massima espansione con il web 2.0. A dire il vero sto anche studiando il tutto per imparare – pur non essendo più giovanissimo… – ancora di più, ma di sicuro non mi ritengo un “esperto” nel senso completo (e complesso) che viene dato alla definizione. Diciamo, per sintetizzare, che però son un buon curiosone rompiscatole.

Allora ripartiamo da zero. Report dedica 1 ora e 15′ al servizio su e sui social media. Un’ora e quindici minuti non è tantissimo, i temi toccati sono alla fine molteplici (si va da Adsense a Youtube passando per Facebook, querele e corsi per pensionati… per poi tornare sui rischi della rete etc etc) e il tempo stringe. Letteralmente. Una lezione universitaria dura quindici minuti in più e ben pochi incontri pubblici su temi simili superano le due ore effettive. La TV peraltro ha i tempi suoi, dal mio canto posso ricordare le varie esperienze a “Mi Manda Rai3” dove temi complessi su cui mi ero preparato a lungo ho dovuti svilupparli anche in meno di 3o secondi. Sì, 30 secondi. Ovviamente non ho detto tutto quel che sapevo e che avrei voluto dire. Mi sa che ieri è andata così. Ma finisce così anche in campi diversi da quelli radiotelevisivi.

Ormai sono (un pochetto…) pratico di conferenze e lezioni dedicate in cui, in uno spazio di tempo analogo, i professionisti del settore fanno (giustamente) i salti mortali per spiegare concetti simili, spesso in maniera più specifica e sintetica. Perché? Perché chi lavora nella comunicazione sa benissimo dei limiti di una grande platea. Spesso non tutto è acquisito da chi ascolta come si spera alla vigilia, gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo. In TV è pure peggio, non c’è un feeling diretto con chi ti sta vedendo (Twitter escluso 😉 ). Il prodotto quindi ha necessità di sintesi, una sintesi che spesso – per limiti ovvi della nostra attività comunicativa – non riesce ad accontentare tutti. Anzi spesso quasi nessuno. E una lunga intervista, anche di 20 minuti, diventa un taglio deciso e netto in cui l’intervistato magari manco si riconosce. Vivo la cosa da entrambi i lati, so come ci si rimane male quando si è tagliati e quanto sia pesante l’assillo per produrre un servizio intelligibile al di là delle aspettative della controparte.

La sintesi è difficile, la critica no. Però la seconda la benedico. Anche se molti esperti talvolta possono sembrare quei professori che si lamentano se i loro allievi non sanno la materia al loro pari. Non lo dico per distaccarmi dai tanti amici che su internet hanno detto la loro “contro” Report, anzi… ci sono (diverse) cose che non mi sono piaciute neanche a me ieri sera. Non so se le avrei chiamate a caldo #fail o meno (oggi a freddo vedo tutto in maniera condizionata dai precedenti commenti, perdonatemi se non mi azzardo 😉 ), ma ad esempio la parte sulla pirateria non mi ha entusiasmato per come è stata trattata. Come quella della parte legale, il campo del diritto della comunicazione di cui si voleva fare una sintesi è altresì immenso.

Quindi potrebbe sembrare che mi sia limitato a dare “un colpo al cerchio e una alla botte“. Forse sì, ma non è certo per mancanza di coraggio. Quel a cui vorrei arrivare con questo (inutile :P) post è che, come in altre inchieste giornalistiche (che sia Report o un’altra trasmissione), c’è una situazione di equilibrio molto difficile. Può non accontentare quanto ha detto la Gabanelli a unita.it: «Noi non abbiamo fatto una puntata per la rete […] abbiamo dovuto ovviamente adattare il linguaggio, semplificare…».

Una controdomanda a chi si lamenta di un così basso livello di dialogo sulla rete: a voi riesce davvero spiegare ai vostri genitori e nonni con un linguaggio consono cosa sia internet? Se sì complimenti, io faccio molta fatica… e vedo che anche incontri organizzati ad hoc a cui ho partecipato c’è lo stesso ostacolo. Tanto per fare un esempio concreto che non urta le sensibilità di (quasi) nessuno mi viene di pensare alla conferenza stampa di Foursquare in quel di Barcellona all’MWC 2011: beh, si parlava del famoso social network e della geolocalizzazione come se nessuno dei presenti (pressoché solo stampa specializzata…) avesse mai avuto uno smartphone in mano in vita sua… in confronto la puntata di Report di ieri era una lezione di Oxford agli aspiranti dottori. Tra l’altro apprezzo quanto è stato notato anche da altri osservatori: ovvero che il vulnus del terrorismo psicologico sui social media forse non è stato così negativo.

Cercando di estraniarci dalla rete, ovvero fingendo manco di sapere che esiste questo blog e come si accede normalmente ai siti internet, cosa si dovrebbe consigliare “nel dubbio” a coloro che arrivano per la prima volta su un social network come Facebook: che è un porto franco o che i comportamenti inopportuni sono sanzionati come nella vita reale? Ben pochi direbbero a un giovane che entra per la prima volta in uno spazio pubblico di comportarsi come se fosse a casa propria, beh per i social media è praticamente lo stesso. Se la prudenza per attraversare la strada spesso viene insegnata ai piccoli dicendo loro che è possibile essere investiti da un’auto, direi che raccontare il più dettagliatamente possibile i rischi dei social network ai giovani e a chi li sorveglia non sia certo una lesa maestà… mica tutti nascono imparati, anzi non so in quanti di quelli che mi stanno leggendo siano stati immuni da clamorose figuracce su internet 😉 Se non erro tutti si nasce niubbi… e i niubbi, grazie a Facebook che ha fatto aumentare tantissimo le persone “in rete”, forse per la prima volta sono un numero assolutamente di rilievo.

E come chiudere questa papiro? Rubando il mestiere a Report… riportando la buona notizia di oggi: la Gabanelli nella risposta c’ha messo la faccia, chi ha criticato pure.

PS: la domanda iniziale di Milena Gabanelli è stata “Quello che noi vorremmo capire è come si fa a fare tanti soldi sul web 2.0?“. Beh bastava leggersi Free di Chris Anderson et similia… 😉